Quella vecchia leggenda sulle piante purificatrici e la verità scientifica su quante te ne servirebbero davvero in salotto

Per depurare davvero l'aria di un salotto con le piante servirebbero un migliaio di vasi, non i tre allineati sulla mensola.

Chi ha comprato una pothos convinto di ripulire l’aria di casa dallo smog cittadino sta, con ogni probabilità, prendendosi cura di una pianta molto bella e inutile per quello scopo specifico. Non è colpa della pianta, è colpa di un equivoco nato quasi quarant’anni fa in un laboratorio della NASA e mai davvero corretto, nonostante le smentite scientifiche accumulate nel frattempo.

La leggenda delle piante purificatrici circola ancora oggi con la stessa sicurezza di un fatto acquisito, in liste da dieci piante consigliate che si ripetono identiche su decine di siti. Il problema è che quella lista nasce da un esperimento pensato per tutt’altro contesto, e i numeri che la sostengono, presi fuori dal loro scenario originale, raccontano una storia diversa da quella che promettono.

Lo studio che ha creato il mito

Nel 1989 lo scienziato Bill Wolverton condusse per conto della NASA il celebre Clean Air Study, non pensando a un salotto qualunque ma a un problema molto più specifico: come mantenere respirabile l’aria in una stazione spaziale sigillata, senza finestre da aprire e senza ricambio con l’esterno. In quella camera ermetica, riempita di composti organici volatili come benzene e formaldeide, alcune piante mostrarono in ventiquattro ore una capacità di assorbimento sorprendente, ed è da lì che nacque l’idea, poi diventata senso comune, che bastassero poche piante per ripulire l’aria di qualsiasi stanza.

Il dettaglio che i media dell’epoca tralasciarono è che quella camera sigillata non assomiglia in nulla a un appartamento reale, con porte che si aprono, finestre, correnti d’aria e un volume d’aria enormemente più grande rispetto alla piccola scatola sperimentale.

Il numero che i media hanno frainteso

La cifra più citata, il famoso 90 per cento di inquinanti rimossi, viene spesso presentata come una media generale valida per qualunque pianta e qualunque sostanza. In realtà quel dato si riferisce a un caso molto specifico: l’edera comune nella sua capacità di assorbire benzene, non l’insieme di tutte le piante testate contro tutti i composti volatili misurati. Ricalcolando i dati su una base più realistica, la capacità media di assorbimento delle piante da appartamento scende sotto il 10 per cento, una cifra ben lontana da quella diventata virale.

Non è un caso di dati falsi, ma di un risultato specifico esteso a torto a una categoria intera, esattamente il tipo di semplificazione che rende un esperimento di laboratorio una leggenda metropolitana da salotto.

Quante piante servono davvero per un salotto

Michael Waring, ingegnere della Drexel University di Philadelphia, ha riesaminato 195 studi sulla capacità purificante delle piante da interno, confrontando i risultati con le reali dimensioni e i reali tassi di ricambio d’aria di una stanza abitata. Il conto finale è impietoso: per ottenere in una stanza di tre metri per tre, con un soffitto di due metri e mezzo, lo stesso effetto di un singolo ricambio d’aria orario come quello garantito da un impianto di ventilazione meccanica, servirebbe circa un migliaio di piante ammassate nello stesso spazio.

Quante piante servono davvero per un salotto
Quante piante servono davvero per un salotto – designmag.it

Il vecchio consiglio di tenere una pianta ogni dieci metri quadrati, ripreso da diverse fonti come raccomandazione della NASA, appare quindi largamente ottimistico rispetto ai dati più recenti: dieci piante in un appartamento cittadino restano un gesto estetico e di benessere psicologico, non una strategia di depurazione dell’aria misurabile con uno strumento.

Le piante che comunque si difendono meglio delle altre

Detto questo, non tutte le piante testate nello studio originale si equivalgono. Nella classifica stilata da Wolverton su cinquanta specie da interno, l’areca, palma tropicale dalle foglie sottili e arcuate, occupa la prima posizione in efficacia relativa, seguita da sansevieria e dracaena, entrambe capaci di sopravvivere anche a un’illuminazione scarsa mantenendo comunque una discreta capacità di scambio gassoso. All’estremo opposto della lista, la kalanchoe risulta la specie meno efficace tra quelle testate, pur restando una pianta ornamentale gradevole.

Chi vuole comunque scegliere in base a un criterio scientifico, più che estetico, farebbe bene a orientarsi su un mix di due o tre specie diverse invece che su un’unica pianta ripetuta, semplicemente perché piante differenti processano composti volatili differenti, e la varietà, anche se in piccola scala, resta più efficace della monocoltura da salotto.

Cosa fanno davvero le piante in salotto, se non purificare

Il beneficio più solido, dal punto di vista scientifico, non riguarda l’aria ma la percezione dello spazio e dell’umore di chi lo abita: diversi studi di psicologia ambientale confermano che la presenza di verde in casa riduce lo stress percepito e migliora la concentrazione, indipendentemente da quanti composti volatili venga effettivamente rimosso dall’ambiente. Le piante regolano anche, in piccola parte, l’umidità dell’aria circostante attraverso la traspirazione fogliare, un effetto misurabile ma limitato alla zona immediatamente vicina al vaso.

Una areca ben curata accanto al divano resta quindi una scelta giusta, ma per il motivo giusto: non perché stia ripulendo l’aria di casa da sola, ma perché ogni mattina, guardandola crescere, restituisce qualcosa che nessun purificatore elettrico saprebbe fare.

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