Telecamere in condominio, in questo caso il vicino non può dirti nulla: in questo caso non serve il permesso

Le telecamere di sorveglianza sono diventate un accessorio sempre più comune nelle abitazioni private, anche in contesti condominiali.

Ma la loro installazione genera spesso tensioni tra vicini, discussioni in assemblea e dubbi sulla legalità. La verità è che la normativa italiana, interpretata dalla giurisprudenza più recente, offre una risposta abbastanza chiara: in determinate condizioni, installare una telecamera davanti alla propria porta è un diritto che non richiede né il consenso degli altri condomini né delibere assembleari.

Capire esattamente dove finisce questo diritto e dove inizia la violazione della privacy altrui è fondamentale per evitare sanzioni e liti giudiziarie.

La telecamera sulla porta di casa: quando la legge è dalla tua parte

La Corte di Cassazione ha stabilito con chiarezza che installare una videocamera per proteggere il proprio ingresso è lecito, a patto che le riprese si limitino esclusivamente alla soglia di proprietà del titolare dell’impianto. Se l’obiettivo inquadra solo la propria porta e non cattura zone comuni, scale, pianerottoli o ingressi di altri appartamenti, non è necessario chiedere alcun permesso né all’assemblea condominiale né ai singoli vicini.

Una statua di giustizia
La telecamera sulla porta di casa: quando la legge è dalla tua parte – designmag.it

Il criterio fondamentale che i giudici applicano è quello della proporzionalità: la sorveglianza deve rispondere a un’esigenza concreta di sicurezza e non trasformarsi in uno strumento di controllo dei movimenti altrui. Il Garante della Privacy indica tre requisiti essenziali che devono essere rispettati: liceità, necessità e proporzionalità del trattamento dei dati.

Una telecamera fissa, con campo visivo ristretto e finalità difensiva, soddisfa tutti e tre i criteri. È anche importante che il dispositivo non sia orientabile da remoto in modo da poter riprendere aree diverse da quelle dichiarate: anche le potenzialità tecniche del sistema vengono valutate.

Quando invece il vicino ha ragione: i rischi di chi esagera

Il confine tra sorveglianza lecita e violazione della privacy è sottile, ma ben definito. Non appena la telecamera inizia a riprendere aree di passaggio comune come corridoi, scale, vialetti condivisi o portoni di altri appartamenti — si entra in un territorio molto più regolamentato, dove possono scattare obblighi precisi e responsabilità civili e penali.

In questi casi è necessario affiggere appositi cartelli che segnalino la presenza di videosorveglianza, e in certi contesti può essere richiesta una delibera assembleare. Chi ignora queste regole rischia una condanna al risarcimento danni e alla rimozione forzata delle telecamere.

La giurisprudenza ha anche affrontato i casi in cui le liti sulle telecamere degenerano in sabotaggi: manomettere cancelli automatici o staccare alimentazioni di impianti condominiali per “vendicarsi” di un vicino è considerato un atto emulativo che viola l’articolo 1102 del Codice Civile, obbligando chi ha causato il danno a ripristinare l’impianto a proprie spese. La convivenza condominiale impone rispetto reciproco, e la tecnologia non può diventare un’arma di sopraffazione.

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