Un blocco appoggiato a terra, quasi sempre troppo grande per l’ingresso, che interrompe il passaggio e dà immediatamente una sensazione di affollamento.
Oggi, però, qualcosa è cambiato. Gli interior designer hanno iniziato a trattare l’ingresso non come un ripostiglio di servizio, ma come una zona di transizione: il primo spazio che racconta la casa e l’ultimo che vedi prima di uscire. E in questo nuovo approccio, le scarpiere tradizionali non trovano più posto, nemmeno in altre zone della casa.
La maggior parte delle scarpiere nasce con una logica sbagliata: tanta profondità, poco pensiero. Appoggiate a terra, spezzano la linea del pavimento, rendono più stretto il corridoio e accumulano visivamente disordine, anche quando sono chiuse. In più, obbligano a concentrare tutte le scarpe in un unico volume, spesso troppo basso o troppo alto, che diventa difficile da gestire nella quotidianità. Il risultato è un ingresso che sembra sempre “pieno”, anche quando lo spazio sarebbe sufficiente.
Cosa mettono oggi gli interior designer al posto della scarpiera
La risposta non è un unico oggetto, ma una serie di soluzioni che hanno un filo conduttore preciso: poca profondità, fissaggio a parete, modularità.
Uno degli esempi più diffusi è rappresentato dai moduli sottili come IKEA TRONES o STÄLL. Nati come contenitori per scarpe, vengono scelti proprio perché non sembrano una scarpiera tradizionale. Sono poco profondi, si fissano al muro e permettono di gestire solo le paia in uso, lasciando il pavimento completamente libero. In molti progetti ne bastano due o tre per sostituire un mobile molto più grande, con un risultato visivo nettamente più pulito.

In ingressi più curati o dal gusto contemporaneo, gli interior designer puntano spesso su mobili a ribalta ultrasottili proposti da brand italiani come Tomasella o Birex. Qui la scarpiera diventa quasi un pannello architettonico: profondità ridotta, frontali puliti, integrazione totale con la parete. Chiusa, scompare; aperta, svolge perfettamente la sua funzione senza invadere lo spazio di passaggio.
Un’altra soluzione sempre più presente nei progetti è la scarpiera integrata in sistemi sospesi più ampi. Brand come LAGO hanno reso familiare l’idea di elementi “flottanti”, in cui il contenimento delle scarpe è solo una delle funzioni, spesso nascosta sotto una panca o all’interno di moduli leggeri. In questi casi la scarpiera smette di essere un oggetto autonomo e diventa parte di un sistema coerente.
La nuova regola: meno scarpe in vista, più spazio mentale
Uno dei cambiamenti più interessanti riguarda il numero di scarpe tenute all’ingresso. I designer non progettano più contenitori per “tutta la collezione”, ma per l’uso reale. Poche paia, quelle che indossi davvero in quella stagione, distribuite in modo ordinato. Le altre vengono spostate altrove: in armadio, in camera, in una zona di servizio. Questo alleggerisce visivamente lo spazio e rende l’ingresso più funzionale.
La scarpiera smette di essere un deposito e diventa un punto di appoggio temporaneo, coerente con il ritmo quotidiano.
Perché le soluzioni sospese funzionano meglio
Quando un contenitore non poggia a terra, l’effetto è immediato: l’occhio legge continuità, non ostacoli. È lo stesso principio usato nei bagni e nei soggiorni contemporanei. Le soluzioni sospese permettono anche una pulizia più semplice, sono perfette per chi usa il robot aspirapolvere e rendono l’ingresso più ordinato senza sforzo. Ma soprattutto introducono una nuova estetica: più leggera, più architettonica, meno “mobile”.
Una scarpiera per ogni zona (non più un unico punto critico)
Un altro cambiamento importante riguarda dove vengono collocate le scarpe. Sempre più spesso i progettisti rinunciano all’idea di concentrare tutto in un solo punto e preferiscono distribuire il contenimento nelle zone realmente utilizzate. All’ingresso resta un modulo sottile per le scarpe di uso quotidiano, quelle che indossi entrando e uscendo.

Nei disimpegni o nei corridoi trovano posto soluzioni sospese e poco profonde, quasi invisibili, che assorbono il resto senza creare ingombro. Anche bagni e antibagni diventano spazi strategici: qui i moduli sottili funzionano perfettamente per pantofole, scarpe leggere o calzature stagionali, sfruttando pareti che altrimenti resterebbero inutilizzate. Persino balconi e logge, se chiusi o riparati, vengono attrezzati con contenitori verticali discreti, ideali per scarpe sportive o da esterno.
Il risultato è un’organizzazione più fluida: le scarpe sono dove servono, non tutte insieme. E la casa smette di avere un unico “punto di accumulo” per diventare più equilibrata, stanza dopo stanza.
Materiali e stile: la scarpiera che non sembra una scarpiera
Un altro motivo per cui le scarpiere classiche stanno scomparendo è il loro linguaggio visivo. Oggi si preferiscono superfici pulite, colori neutri, materiali coerenti con il resto della casa. Legno chiaro, metallo sottile, finiture opache: elementi che permettono al contenitore di integrarsi nella parete invece di imporsi. Spesso il risultato è un volume che sembra parte dell’architettura, non un’aggiunta forzata.
Dire addio alle scarpiere ingombranti non significa rinunciare all’ordine, ma ripensarlo. Gli interior designer lo fanno da tempo: meno volumi a terra, più sistemi intelligenti, più spazio visivo e mentale. L’ingresso torna a essere ciò che dovrebbe essere: un luogo di passaggio leggero, funzionale, accogliente.






