Gino Paoli, uno dei più grandi cantautori italiani del Novecento, autore di capolavori immortali come Il cielo in una stanza e Sapore di sale, non era soltanto un artista straordinario ma anche un uomo profondamente legato ai luoghi che aveva scelto di abitare.
Le sue proprietà in Italia raccontano molto di lui: della sua anima genovese, del suo amore per la famiglia, del rispetto quasi sacrale per le tradizioni contadine trasmessegli dai padri.
Dalle alture di Genova alle campagne toscane, passando per l’appartamento modenese, ogni casa era uno specchio della sua vita interiore, ricca di affetti, memorie e radici.
La villa sul mare e l’appartamento modenese
Gino Paoli se n’è andato nella sua casa di Genova, nella villa situata nel Quartiere Azzurro, sulle alture che si distendono tra Nervi e Quinto, con una vista mozzafiato sul mar Ligure.
Un luogo carico di simboli e di vita vissuta: qui piantò una quercia alla nascita del suo primo figlio, interrandovi accanto il cordone ombelicale, un gesto antico e potente che dice tutto del suo rapporto con le radici. I vicini lo ricordano come una persona riservata, genovese nel carattere oltre che nell’anagrafe. Davanti al cancello verde del comprensorio regna una quiete speciale, tra glicini che si arrampicano sui muri bianchi e uno sguardo sul mare che sembra non finire mai.

A completare il suo legame con la famiglia, Paoli aveva acquistato anche un appartamento a Modena, città della seconda moglie Paola Penzo. Lo aveva arredato con cura, trasformandolo in una sorta di museo privato: il camino, il pianoforte, fotografie con i figli, bozzetti di corpi femminili e persino un gatto nero in ceramica sulle scale. Un nido familiare che avrebbe voluto abitare stabilmente, se non fosse stato per il richiamo irresistibile del mare di Genova.
Il podere toscano e il frantoio di famiglia
C’era un Gino Paoli meno noto al grande pubblico, lontano dai riflettori e dai palchi: quello che indossava i panni del contadino tra gli olivi della Maremma. Il suo podere si trova a Campiglia Marittima, in provincia di Livorno, un terreno giunto in famiglia come dote della nonna, coltivato con gli stessi metodi tramandati di generazione in generazione.
Paoli raccontava con orgoglio che fare olio era una tradizione di famiglia che risaliva al bisnonno, una pratica quasi rituale che lo riconnetteva alle proprie origini ogni volta che metteva piede tra gli ulivi. Durante le tournée in tutta Italia, ne approfittava per visitare gli oliveti locali, studiare le tecniche di potatura e confrontarsi con i contadini del posto: un’umiltà rara in un uomo della sua statura artistica.
Per seguire ogni fase della lavorazione aveva acquistato anche un piccolo frantoio privato. L’olio, per lui, non era un investimento né un passatempo: «Il guadagno è un incidente», amava dire. Era piuttosto un atto d’amore verso i suoi avi e un messaggio da consegnare al figlio, affinché quella catena di memorie non si spezzasse mai.






