Cucina open space: i professionisti ci spiegano perché si tratta di una pessima idea

La cucina open space è diventata negli ultimi anni uno dei simboli del design abitativo contemporaneo.

Ambienti senza pareti divisorie, in cui lo spazio cucina si fonde con il soggiorno e la zona pranzo, promettono luminosità, socialità e un senso di modernità difficile da ignorare. Eppure, dietro questa estetica apparentemente perfetta si nascondono insidie concrete che molti scoprono solo dopo aver completato i lavori di ristrutturazione spesso con grande rimpianto.

Architetti, interior designer e chi ci abita quotidianamente sono sempre più concordi: la cucina aperta non è per tutti. Ecco perché, prima di abbattere quella parete, vale la pena ascoltare cosa hanno da dire i professionisti del settore.

Odori e rumori: i nemici invisibili della convivenza

Il primo grande problema della cucina open space è qualcosa che si avverte prima ancora di vederlo. Quando si cucina il pesce, si frigge la cipolla o si prepara un ragù, i vapori e i profumi invadono inevitabilmente il soggiorno, i tessuti, le tende e persino i cuscini del divano. Una cappa aspirante, per quanto potente, non riesce a contenere tutto.

Una cucina open space ed una croce sopra
Odori e rumori: i nemici invisibili della convivenza – designmag.it

La diffusione degli odori in tutta la casa è uno degli aspetti più sottovalutati in fase di progettazione, ma tra i più difficili da gestire nella vita quotidiana. Ma il problema non si ferma qui. Il rumore degli elettrodomestici lavastoviglie, forno ventilato, frullatore, robot da cucina si propaga senza ostacoli in tutto l’ambiente, rendendo difficile rilassarsi, guardare un film o partecipare a una riunione in smart working.

I professionisti dell’architettura d’interni segnalano con crescente frequenza che queste due criticità, spesso ignorate dai clienti in fase di scelta, diventano fonti di stress quotidiano non appena si inizia davvero a vivere lo spazio.

Il disordine è sempre in scena: addio privacy e libertà di cucinare

C’è un aspetto psicologico della cucina open space che emerge chiaramente dai racconti di chi la vive ogni giorno. Pentole sul fuoco, taglieri sporchi, stoviglie in ammollo: tutto è visibile dagli ospiti, dai familiari, e soprattutto da chi si siede in salotto. L’impossibilità di “nascondere” il disordine dietro una porta chiusa trasforma la cucina in un palcoscenico permanente, con tutto ciò che questo comporta in termini di stress e fatica mentale.

Chi ama cucinare liberamente, sperimentando ricette lunghe e complesse, si ritrova spesso a dover fare i conti con un ordine costante che non appartiene alla natura creativa e un po’ caotica del cucinare. Secondo molti interior designer, questa pressione visiva porta a una riduzione della spontaneità in cucina e, paradossalmente, a una minore voglia di cucinare.

A tutto questo si aggiunge la questione della privacy: in un open space, ogni conversazione telefonica, ogni momento di relax o di lavoro da casa avviene in piena vista e vicinanza della zona cottura, con conseguenze sulla qualità degli spazi di vita che solo chi ci ha vissuto davvero comprende fino in fondo.

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