Ingegneria+del+limite%3A+i+segreti+costruttivi+del+T%C5%8Ddai-ji%2C+il+gigante+di+legno+che+sfida+la+gravit%C3%A0
designmagit
/articolo/ingegneria-del-limite-i-segreti-costruttivi-del-todai-ji-il-gigante-di-legno-che-sfida-la-gravita/228394/amp/
Architettura

Ingegneria del limite: i segreti costruttivi del Tōdai-ji, il gigante di legno che sfida la gravità

Nel cuore di Nara sorge uno degli edifici lignei più impressionanti mai costruiti: il Daibutsuden, la Grande Sala del Buddha del Tōdai-ji. La sua prima edificazione risale all’VIII secolo, in pieno periodo Nara, quando l’imperatore Shōmu volle consacrare il potere imperiale attraverso un’opera monumentale che ospitasse il grande Buddha Vairocana in bronzo.

Quello che oggi vediamo, tuttavia, non è l’edificio originario. Il tempio fu più volte distrutto da incendi e conflitti; la ricostruzione attuale risale al 1709. E qui si annida il primo paradosso tecnico: la sala che oggi appare colossale è in realtà più piccola dell’originale medievale.

La riduzione dimensionale come scelta tecnica

La ricostruzione del 1709 non rappresenta un compromesso economico, ma una decisione ingegneristica legata alla disponibilità materiale. L’edificio dell’VIII secolo si fondava su pilastri di cedro e cipresso giapponese di diametro eccezionale. Nel XVIII secolo, quelle foreste monumentali non esistevano più nelle stesse condizioni.

Ridurre la campata significava poter utilizzare tronchi con sezioni inferiori senza compromettere la stabilità globale. La dimensione non fu dunque solo una questione di costi, ma di scarsità strutturale: mancavano alberi in grado di reggere la scala originaria. È un esempio precoce di adattamento progettuale alle risorse ambientali, una forma di sostenibilità ante litteram.

Il sistema dei pilastri compositi

Entrando nella Grande Sala si percepisce immediatamente la potenza delle colonne lignee. Non si tratta sempre di tronchi monolitici: in alcuni casi i pilastri sono compositi, rinforzati o integrati con elementi secondari che collaborano nel sostenere i carichi verticali.

designmag.it -Il sistema dei pilastri compositi

Questi pilastri non sono semplici supporti, ma dispositivi strutturali complessi. Il legno, materiale anisotropo e vivo, viene sfruttato nella sua capacità di lavorare a compressione e di assorbire deformazioni. L’assemblaggio modulare consente sostituzioni parziali nel tempo, garantendo una manutenzione evolutiva dell’edificio.

La colonna non è quindi un elemento statico, ma una struttura che può essere adattata, consolidata e reinterpretata nei secoli.

Il sistema Kumimono: l’elasticità degli incastri a sbalzo

Il vero segreto della monumentalità del Tōdai-ji risiede nel sistema dei capitelli a staffa, noto come kumimono. Questo complesso intreccio di elementi lignei sovrapposti e incastrati distribuisce il peso del tetto monumentale sui pilastri verticali senza ricorrere a chiodi strutturali o connessioni metalliche invasive.

Il kumimono funziona come una cerniera tridimensionale. Le staffe a sbalzo moltiplicano i punti di appoggio, trasferendo i carichi verso il basso in modo graduale. Questa configurazione non solo sostiene masse considerevoli, ma introduce una qualità fondamentale: l’elasticità.

In un territorio ad alta sismicità come il Giappone, la rigidità è un nemico. Il sistema a incastro consente micro-movimenti controllati durante un terremoto, dissipando energia senza fratturarsi. È un principio opposto a quello dell’arco in muratura, che lavora per compressione rigida; qui la stabilità nasce dalla flessibilità.

La gestione delle spinte orizzontali senza arco né volta

L’architettura occidentale ha risolto il problema dei carichi attraverso archi e volte. Il Tōdai-ji adotta un paradigma diverso. Le spinte orizzontali vengono contenute da una rete sofisticata di travi trasversali e diagonali che irrigidiscono il telaio ligneo.

Questi elementi, spesso nascosti alla vista, creano una griglia tridimensionale capace di contrastare le deformazioni. La stabilità non è affidata a un unico gesto strutturale, ma a una cooperazione diffusa tra componenti. È un’architettura che lavora per ridondanza: se un elemento cede, il sistema nel suo complesso continua a reggere.

Il tetto monumentale: pendenza, massa e ventilazione

Il tetto a doppia falda del Daibutsuden è imponente, non solo esteticamente ma funzionalmente. La pendenza accentuata favorisce il rapido deflusso delle piogge monsoniche, riducendo l’accumulo d’acqua e il rischio di infiltrazioni.

Tra il soffitto interno e la copertura esterna esiste un’intercapedine che garantisce ventilazione continua. Questo spazio permette al legno di asciugarsi, limitando l’umidità stagnante che potrebbe compromettere le fibre. La conservazione del materiale, in un clima umido, dipende in larga misura da questa respirazione costante.

La massa del tetto, inoltre, contribuisce alla stabilità complessiva: il peso distribuito uniformemente aiuta a mantenere il baricentro basso, migliorando la risposta dinamica alle sollecitazioni.

Un gigante che dialoga con il tempo

Il Tōdai-ji non è soltanto un monumento religioso. È un laboratorio storico di ingegneria lignea. Ogni ricostruzione, ogni adattamento dimensionale, ogni rinforzo racconta una negoziazione continua tra ambizione monumentale e limiti materiali.

La sua grandezza non risiede solo nella scala, ma nella capacità di trasformare la fragilità apparente del legno in una struttura capace di attraversare i secoli. In un’epoca che associa la durabilità al cemento e all’acciaio, il Daibutsuden dimostra che la resistenza può nascere dall’intelligenza dell’incastro, dalla gestione delle forze e dall’accettazione del limite come principio progettuale.

Delania Margiovanni

Laureata in Giurisprudenza, cambio strada quasi subito e dal 2008 lavoro sul web. Un ambiente dinamico che mi ha insegnato il valore della ricerca continua, della curiosità e della capacità di rimettersi sempre in gioco. È proprio qui che ho scoperto quanto si possa imparare ogni giorno, esplorando temi nuovi e lasciandosi guidare da passioni che evolvono nel tempo. La lettura resta, da sempre, il mio hobby del cuore.

Published by