Fuori Salone 2011, centro storico: percezioni sofisticate ed evocative

Fuori Salone 2011, centro storico: percezioni sofisticate ed evocative

Le ultime novità del Fuori Salone 2011, raccontate dalla nostra inviata speciale Alessandra Alessi Remedi

da in Fiere & Eventi di Design, L'inconsueto, Primo Piano, Salone Del Mobile 2017
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    Avrei dovuto programmare il Duomo e i suoi dintorni, nei primi giorni del Fuori Salone 2011, e preservare il mitico Giorgio e la sua silenziosissima macchina nei giorni di coda. Quando si abbassano le luci, la stanchezza si fa sentire inevitabilmente. Oggi ho attraversato il centro a piedi con la solita borsa “militar print”, sempre più carica; ad ogni presentazione 2 cartelle stampa in più sulla mia spalla sinistra. Un paio di break ( si fa per dire ) a casa, per scaricare il malloppo, per poi riemergere verso l’esterno.

    Primo stop per un pan cake ed un cappuccio per proseguire verso La Rinascente in Piazza Duomo e ammirare le 8 vetrine allestite da architetti che si sono cimentati nel conciliare creatività e rispetto per l’ambiente. Un solo progetto battezzato Mutant Architecture i cui protagonisti sono: Zaha Hadid, Setsu and Shinobu Ito, Ingo Maurer e fortunatamente qualche italiano come Mauro Botta, Diego Grandi (felice di sapere che l’Italia si sensibilizzi a questo tema).

    Alle 10 h, La Rinascente é già invasa da visitatori, combatto per entrare e piazzarmi sulla scala mobile che mi porta al piano – 1. Quasi a destinazione, vengo rapita da un albero dalle molteplici radici; dalla cima dell’arbusto si dirama una cartella colori che fa invidia ad un arcobaleno. I rami sono bianco candido con un tocco di turchese qua e di arancio là. “Extra Ordinary Design” è un omaggio alla spasmodica perfezione dell’estetica giapponese, un esempio di equilibrio di forma e funzione”, cita la didascalia. Mi piace la scelta dell’albero che da un lato rimane secolarmente e profondamente attaccato alla terra dalla quale prende le risorse e dall’altra si innalza verso il cielo emettendo pura clorofilla, quindi vita.

    Attraverso al Galleria Vittorio Emanuele gremita di gente, combatto per superare quelli che ti camminano davanti a passo di riccio e che sembrano impadronirsi delle strade (la mia è solo una sana invidia), mi dirigo verso Piazza Della Scala per incontrare finalmente “100 collection by Michael Young” per Trussardi il cui invito è apparso sul mio computer più di una volta allarmando la mia curiosità.

    Una collezione che nasce dalla ricerca di Michael Young negli archivi Trussardi per trasformare la storia di questo marchio in un repertorio di ispirazioni unendo cento anni di tradizione italiana nella pelletteria, con le forme e le tecnologie dell’Asia contemporanea. Il designer inglese che vive a Hong Kong si è specializzato nel creare connessioni tra il design contemporaneo e le abilità tecniche dell’industria locarle cinese. 100 Collection è quindi un incontro fra Oriente ed Occidente.

    M’incammino verso Piazza Dei Mercanti, poco più in là, dove mi attende Rio design, non vedo l’ora di parlare portoghese, mi manca cosi tanto… Un giovane ed affabile brasiliano mi spiega i canali interattivi, attraverso i quali si possono ammirare le creazioni di Sergio Rodrigues ( un designer brasiliano di grande esperienza e talento), ma anche Antonio Bernardo, Indio De Costa, Isabela Capeto e molti altri. I brasiliani confermano il loro innato talento che il più delle volte si ispira all’ambiente dal quale provengono, la cui vegetazione è la più ricca del mondo.

    Esco nostalgica e mi precipito verso Palazzo Clerici che ospita MAfrique, un’iniziativa a sostegno dei paesi africani, che espone una serie di sedute davvero interessanti, per la capacità di intreccio e l’abilità nel destreggiare i colori, ma anche da sedute in cuoio uniche. Il desinger Cheich Diallo è nato a Mali, si é laureato in architettura in Normandia per continuare ad esercitare la sua passione in Francia. I suoi progetti dalle linee contemporanee, sono abilmente messi a punto, partendo dal recupero di tappi, lattine e quant’altro.

    Un percorso nella creatività africana, alla scoperta del suo volto moderno ancora troppo poco compreso e molto sfruttato. Ritrovo cosi, il senso dell’inconsueto e della vera abilità nel coniare recupero e contemporaneità. Pochi passi e sono in Via Disciplini, nella biblioteca Philippe Daverio dove viene presentato SENZABUONSENSO ; le due sedie senza buon senso ma divertentissime , le cui gambe sono fasci di resina e la libreria “Michmach” in legno ricoperto di erba sintetica . La designer, Roberta Verteramo esprime un indubbio immaginario post moderno – pop. Le opere presentate sono esemplari unici.

    Un rapido ed efficiente passaggio a casa per depositare il prezioso fardello, carico di cataloghi, cartelle stampa, libri e cd e riparto nel senso opposto verso Via Manzoni, da Driade. Anche da loro la stanza di “apertura” presenta un grande muro ricoperto di tappeti variopinti e le nuove “outdoor chairs” dal nome “Pavoreal” di Patricia Urquiola. Grandi poltrone in rattan e midollino, quasi dei troni, dall’aspetto pavoneggiante tipiche dei paesi del sud – est asiatico, che Patricia Urquiola rivisita dilatandone i volumi e intervenendo sul decoro che viene gestito con interventi di colori a frammenti. Ovviamente le novità di Driade sono come ogni anno numerose, ma queste mi hanno colpito per la loro inconsuetudine.

    Non potevo non fare un salto al Museo Bagatti Valsecchi per ammirare la mostra retrospettiva dedicata a Venini, già ampiamente e meritatamente citata da moltissime riviste. E’ incredibile quanto il bello, l’armonia delle forme inserite in un contesto cosi unico, la creatività e l’abilità negli accostamenti possano essere un nutrimento per lo spettatore. Attraverso le sale e rimango sempre più estasiata dalla bellezza “tout court”. Ad ogni sala un guardiano che accudisce le opere e controlla che tutto si svolga al meglio fino a quando incontro una delle guardiane, seduta ed ipnotizzata con lo sguardo fisso su una delle installazione composta da una moltitudine di lampade, ognuna di un colore diverso e che le abbagliano gli occhi.

    La mostra racconta il percorso di Venini e delle sue creazioni più incisive, che hanno segnato la storia di questo marchio. Sostenuta dall’azienda Arteria, dall’esperienza pluriennale nel campo della movimentazione delle opere d’arte, rendendo quindi possibile questa bellissima iniziativa.

    Mi congedo nutrita e mi dirigo verso una delle gallerie più versatili e le cui scelte sono attivamente sofisticate; Nilufar che espone i pezzi di alcuni designers, le cui creazioni sono diversissime fra di loro.

    Le lampade innovative per l’accostamento di materiali di Giacomo Ravagli. Base in marmo rosso di Levanto e rame, invecchiato ad arte per i paralumi, caratterizzati da tagli e piegature molto sofisticati. Qui ritrovo l’inconsueto in tutto il suo splendore. Andrea Branzi, notissimo interprete del pexiglass, espone una serie di vasi poetici con inclusioni di colori che ricordano un prato delicatamente pennellato di fiori e poggiati su “Diagrammi “, una installazione/libreria il cui fondale sono due grandi pannelli collocati liberamente e raffiguranti immagini di arte moderna. B. Laura Wood una progettista inglese, rivisita la “marqueterie” settecentesca componendo paesaggi fantascientifici su tavolini dal nome “Moon Rock Table” sui quali aleggiano come bolle d’aria, una serie di lampade in vetro trasparente… Raccontando così un paesaggio lunare nel quale ha inserito armonicamente un immaginario fiabesco, facendo uso delle più sofisticate ed antiche tecniche ebanistiche.

    Al portone accanto ritrovo con piacere, Carlo Poggio che non vedo da anni. Mi spiega la presentazione cognata da lui per la sua azienda; Zerodisegno. Ha affidato ad undici designer una libera interpretazione di un Italia caratterizzata da humor, amata, ma anche sulla quale ci sarebbe molto da ridire. “L’Italia ricomincia da ZERO” genera una serie di opere fruite da designer del calibro di Alessandro Mendini, Karim Rashid, Anna Gilli e molti altri. Molto interessante il racconto di mobili utilizzabili ma che rappresentano l’Italia e le sue contraddizioni.

    Ultimo giro, in Via Cerva le vetrine di tutta la via, sono animate dalle maschere in vetro sommerso, di Melvin Anderson. Mi dirigo verso la trattoria di Via Cerva nella speranza di poter ricevere più informazioni e soprattutto della documentazione. L’eclettico gestore è il curatore di questa iniziativa. La trattoria mi ispira, mi preoccupo di ordinare subito un buon bicchiere di vino rosso e quel che rimane (è già tardissimo) di un eccellente sformato di verdure, riprendo le forze ed espongo i miei quesiti, il simpatico e accogliente proprietario mi tratta come fossi a casa mia, mi presenta Melvin Andrson seduto due tavoli più in là. Facciamo amicizia, ci confrontiamo, mi congratulo per la serie di “MASQUERADE” che questo artista di fama internazionale che vive fra Londra e Amsterdam, ha ideato e fatto realizzare a Murano; una serie di pezzi unici di grande impatto emotivo laddove si incontrano la chiarezza nord- europea, il calore italiano e l’impronta africana.

    Opere “grafiche” dai colori forti inseriti nella trasparenza del vetro sommerso e nell’ancestrale simbolismo delle maschere. Melvin vanta un primo piano internazionale; Elton John è un collezionista dei suoi lavori che sono peraltro stati esposti al Victoria & Albert Museum e in molte altre prestigiose sedi pur mantenendo la naturalezza e l’affabilità del vero talento, aperto a ciò che l’esterno gli suggerisce.

    Gli ultimi bocconi di sformato, gli ultimi sorsi di vino rosso e le ultime battute con Melvin. Mi congedo proponendogli di incontrarci ad Amsterdam per fotografare la sua casa e imbastire una sorta di racconto e collage dedicato alle stagioni della sua vita creativa, che sono state molteplici, ognuna delle quali ha lasciato una traccia.

    Rientro sui miei passi, con una miriade di informazioni e “fermo immagini”, impresse nella mente. Ciò che più risalta nella mia percezione è che tutta la fascia che ruota intorno al Duomo, ha presentato l’inconsueto, con strumenti più sofisticati e forse meno accessibili a tutti, ma non per questo meno interessanti. In fondo la percezione visiva è un contenitore nel quale si annidano ispirazioni, emozioni. E’ un trasmettitore contagioso che arricchisce anche senza dover per forza possedere.

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